Pizza, moscato e farinata! (Italianità intorno al Río della Plata)

Nello spagnolo parlato in Argentina e in Uruguay esiste una parola per riferirsi agli italiani: los Tanos. Appena un interlocutore si accorge di avere davanti un italiano pronuncia la frase “ah, pero qué sos tano/a” (ah, ma allora sei italiano/a) seguita da un più o meno lungo elenco dei tanos e delle tanas incontrati e apprezzati nel corso della sua vita: amici d’infanzia, compagni di scuola, exfidanzati/e, amanti, vicini di casa, cugini, zii, nonni, colleghi di lavoro, compagni di calcetto ecc. Dalle persone più anziane, invece, si possono scoprire veri e propri aneddoti sui loro discendenti. Chiacchierando con un artigiano del mercatino di antiquariato de Las Manzanas de las Luces di Buenos Aires, ho appreso la storia di Luigi Viale, un suo antenato ligure originario di Chiavari, uomo colto e distinto che nel 1872 avrebbe dovuto essere il primo presidente della Banca d’Italia e Río de la Plata se non fosse rimasto vittima del naufragio del Vapor América di ritorno da Montevideo. Pare che la generosità lo abbia spinto a compiere il suo ultimo gesto eroico,donando il salvagente a una passeggera incinta.

I primi mercanti e negozianti italiani iniziarono ad installarsi nella zona della Plata già nel Settecento, per poi aumentare sempre di più tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo. A una prima ondata migratoria, a bordo di navi che salpavano dal porto di Genova, ne sono seguite altre provenienti dal Sud del Paese. Questo chiarisce perché oggi nella zona del Río de la Plata le abitudini ereditate dagli italiani siano non soltanto così numerose, ma anche così eterogenee. (ascoltate la canzone di Ivano Fossati, Italiani d’Argentina)

Le strade di Buenos Aires e di Montevideo profumano di caffè al mattino (leggete anche il post sul caffè), di pizza il resto della giornata come Napoli, e di farinata e focaccia come Genova. A Roma gli gnocchi si mangiano il giovedì (come dice il detto Giovedì Gnocchi), gli uruguayani e i portegni invece li mangiano rigorosamente il 29 di ogni mese conditi con salsa al ragù (che loro chiamano tuco), ai funghi, ai quattro formaggi, al pesto alla genovese e con un’immancabile spolveratina di pecorino. Difficile trovare un menù di un ristorante che il 29 non li proponga, anche in piena estate. I pastifici sono presenti in ogni isolato come le panetterie a Parigi e all’ora dell’aperitivo i bar si riempiono di gente che sorseggia un Martini o uno Spritz parlando di calcio, di politica e più e del meno; in estate i parchi sono colmi di persone che passeggiano gustando deliziosi coni di gelato artigianale.

20150103_172954
Pastificio vicino allo Stadio del BOCA a Buenos Aires

Entrambe le capitali possiedono due maestosi teatri all’italiana e tutti e due sono opera di architetti italiani: Carlo Zucchi, più noto oltreoceano come el genio Zucchi, ha progettato il teatro Solís di Montevideo mentre il teatro Colón di Buenos Aires è stato disegnato da Francesco Tamburini e Vittorio Meano.

A Montevideo e a Buenos Aires ci sono due palazzi gemelli e la leggenda narra che il proprietario, il Signor Barolo, volesse creare un ponte luminoso tra le due città, collocando due fari sulle torri dei due edifici: il palazzo Barolo della Avenida de Mayo e il Palazzo Salvo nella montevideana Plaza de la Independencia che,sebbene a chilomentri di distanza, si guardano costantemente tra loro. I palazzi sono finemente decorati con marmo di Carrara e sono stracolmi di analogie con la Divina Commedia. Il Palazzo Barolo è composto da 3 parti che ricordano il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno dell’opera di Dante, e il faro rappresenta l’empireo, il più alto dei cieli, descritto da Beatrice nel Paradiso. È alto 100 metri e 100 sono i canti della Divina Commedia e ha 22 piani lo stesso numero delle strofe dei versi dell’opera dantescha. Forse non ha torto chi afferma che il Signor Barolo aspirasse a trasportarci i resti del Divino Poeta…

IMG_8810
Il Palazzo Salvo in Plaza Independencia a Montevideo
L’Avenida Belgrano, nel cuore di Buenos Aires, è dedicata al protagonista dell’emancipazione dalla colonizzazione spagnola e creatore della bandiera bianca e celeste, e porta un cognome italiano. La variopinta Boca, invece, deve il suo nome al quartiere genovese di Boccadasse e con il porticciolo e le case colorate ricorda molto il capoluogo ligure. Le abitazioni sono state costruite infatti da marinai genovesi con materiali di recupero delle loro navi e questa policromia, così allegra da sembrare pensata apposta da un architetto all’avanguardia che ha a cuore la felicità dei residenti, si deve all’utilizzo degli avanzi della vernice usata per pitturare le imbarcazioni.
Proprio alla Boca pare sia nato il Cocoliche, un pidgin italo-spagnolo che mischia i dialetti di diverse zone italiane (non dobbiamo dimenticare che le prime ondate migratorie sono antecedenti all’unificazione del nostro Paese)e il castigliano. La leggenda dice che il nome di questa lingua si debba a un calabrese, un tale Antonio Cuccoliccio che pur parlando a malapena lo spagnolo voleva fingere di essere unargentino doc e parlava in modo apparentemente scorrevole, ma mischiando costantemente ledue lingue. Insomma, se a Buenos Aires o a Montevideo sentite espressioni tipo mamma mia benedetta, o menefrega non c’è niente di strano; e se qualcuno vi chiama amico e vi invita a una festichola non fatevelo ripetere due volte, andateci!!
20150103_165106
La Boca a Buenos Aires

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...